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ARCHEOPOLIS

TESMOFORIE: CULTO DEL GRANO E RINASCITA

Dee che abitate la terra d’Eleusi odorata d’incensi,

Paro circondata dal mare e Antrone l’impervia di rupi,

O Demetra sovrana, signora di messi, tu, ricca di doni,

tu con tua figlia, la stupenda Persefone,

per il mio canto benigne donatemi dolce ricchezza

Ed io mi ricorderò di te, o Demetra, insieme un’altra canzone”

[Inno omerico a Demetra]

Secondo le scoperte degli studiosi del Mito, vi fu un tempo in cui la religiosità delle genti fu rivolto soprattutto all’aspetto femminile della divinità; vari furono i rituali delle donne che praticavano culti in onore della Grande Madre. La devozione alla Dea, infatti, ha origini antichissime, il suo culto ha accompagnato la lenta evoluzione dell’uomo: possiamo dire, senza dubbio, che rappresenta la prima forma religiosa apparsa sulla Terra.

Nell’antica Grecia, l’anno era scandito da una serie ininterrotta di feste: il calendario, infatti, prevedeva un numero di celebrazioni talmente elevato che un terzo dell’anno era destinato alle ricorrenze. E bisogna considerare che ogni festa aveva un preciso programma, un rituale, un certo tipo di durata: in generale, si componevano tutte di una processione, di un banchetto, di un sacrificio. Ma l’aspetto più interessante delle feste è il loro ruolo sociale: la festa sospende momentaneamente lo scorrere del tempo, sigla un rapporto con il divino, stabilisce una dimensione collettiva e pubblica.

Le Tesmoforie (greco: Thesmophorìa) erano le più diffuse tra le feste greche: venivano celebrate ad Atene nel mese di Pianepsione, dunque tra Ottobre e Novembre, ed erano dedicate alla dea Demetra, detta Tesmofora, cioè creatrice e garante delle norme del vivere sociale. Altrove e soprattutto in Magna Grecia, queste feste venivano celebrate anche in diversi periodi dell’anno. La cerimonia intendeva rappresentare il riposo ed il risveglio della vita nelle campagne, era la festa dell’entrata nell’oscurità e dell’uscita verso la luce; il fine del rituale era quello di assicurare l’abbondanza delle messi. A queste feste partecipavano le donne ed erano categoricamente esclusi gli uomini: le ateniesi si ritiravano sulla collina della Pnice, accanto all’Acropoli, compiendo un percorso che le conduce all’isolamento, metaforicamente al di fuori della città, a rievocare le disavventure mitiche di Demetra e Persefone per garantire e riaffermare l’ordine delle cose. Le donne, durante le Tesmoforie, praticavano il digiuno, piangevano e si purificavano, ricordando il dolore di Demetra nel distacco dalla figlia Persefone.

Il tema della fertilità dei campi e della donna emerge prepotentemente: la festa ha una forte connotazione agraria, ma non può essere spiegata solo con questo. Al centro della festa rimane la dissoluzione della famiglia, la separazione dei sessi e la costituzione di una società di donne: una volta l’anno dimostrano la loro indipendenza, le loro responsabilità, l’importanza nevralgica che hanno nella fertilità della comunità e dei campi. È evidente come le Tesmoforie marcassero spazio e ruolo della donna nella società ateniese: periodicamente le donne, nelle loro vesti di mogli e madri, attraverso la partecipazione al rito e la condivisione di un segreto, vedevano garantite la loro identità e posizione. Infatti, queste feste costituivano l’unica occasione per le donne di restare lontano dalla famiglia e dagli affanni domestici, costruendosi alloggi provvisori, dormendo a terra o utilizzando come giacigli delle piante particolari e selezionate, che avessero un contatto diretto con la Terra. Tutto questo, per ricordare l’atteggiamento di prostrazione assunto da Demetra nel suo isolamento a seguito del rapimento di Persefone.

#ArcheoPolis

Carmela Bilotto

ARCHEOPOLIS

Il MARCH nel “bosco incantato” di Catanzaro

Il MARCH nel “bosco incantato” di Catanzaro

Il centro antico di Catanzaro è la stratificazione della sua storia; le sue origini bizantine e il suo sviluppo urbanistico nell’epoca medievale si riflettono nei suoi stretti vicoli, nelle sue stradine, nei suoi saliscendi.

Gli interventi di pianificazione urbana nel periodo postunitario prima e nel secondo dopoguerra poi, hanno solo in parte trasformato il volto della città. Con il primo piano regolatore dopo l’Unità d’Italia fu creata una piccola oasi di verde: Villa Margherita. Lo scrittore inglese Gissing, durante la sua permanenza a Catanzaro nel 1897,la descrisse così: “Anche il giardino pubblico della città è simile a un bosco incantato sull’orlo di un precipizio che guarda a oriente”.

La Villa, che fu inaugurata nel 1881 alla presenza della Regina Margherita di Savoia e del Re Umberto I, sorge in via Jannoni, a poca distanza dallo storico Palazzo De Nobili, sede del Comune e intriso di storia e di vicende umane della città. Fu costruita a ridosso dell’ex convento trecentesco delle Clarisse, ha una struttura terrazzata e da essa si gode un bellissimo panorama che spazia dai monti della Sila al mar Ionio.

Subito dopo l’ingresso è ospitato il museo MARCH (Museo Archeologico e Numismatico), la più antica istituzione museale calabrese, che fin dalla sua fondazione -nacque nel 1867, ma trovò la sua seconda e definitiva collocazione nel 1879- fu visitato e apprezzato da viaggiatori del Grand Tour come Gissing, Douglas, Lenormant, Provenzal, Destrèè. Il Museo, che fino al 2001 ospitava anche importanti opere pittoriche di varie epoche, appartenenti a chiese e monasteri della città soppressi dopo l’Unità d’Italia e a collezioni private e attualmente conservate presso il museo MARCA di Catanzaro (situato in via A. Turco), raccoglie testimonianze storiche delle civiltà e dei popoli che si sono succeduti nel corso dei secoli nel territorio calabrese e in particolare nella provincia di Catanzaro. Gli oggetti esposti provengono da donazioni di collezionisti privati e da rinvenimenti durante campagne di scavo. L’allestimento museale è stato rinnovato ed arricchito nel 2016.

Percorrendo i corridoi si incontrano attrezzi di lavoro del neolitico, graziosi gioielli e manufatti dell’età dei metalli, ceramiche dell’età greca, reperti provenienti dal territorio di Tiriolo di età bruzia, tra cui un elmo con paranuca particolarmente rifinito, i resti di un imponente gruppo scultoreo bronzeo di età imperiale rinvenuti a Strongoli, due cippi funerari sempre di età romana, vari reperti provenienti dagli scavi di Scolacium. Continuando il percorso si incrociano pregevoli manufatti di epoca medievale, tra cui la lamina aurea bizantina raffigurante l’Adorazione dei Magi, proveniente da Tiriolo e alcuni frammenti ritrovati nell’area della chiesa cassiodorea di San Martino a Stalettì.

È presente una ricchissima collezione numismatica, ordinata in ordine cronologico dall’età della Magna Grecia fino all’età normanno sveva.

Nelle immediate vicinanze, all’interno della Villa, si trova la Biblioteca Comunale “F. De Nobili” che custodisce un importante patrimonio librario legato alla città di Catanzaro.

Dopo questo viaggio all’indietro nel tempo si ritorna alla realtà, con la consapevolezza di trovarsi in un territorio pregno di storia, cultura e testimonianze artistiche che costituiscono le radici dell’oggi e del domani.

Per informazioni e dettagli sul museo: www.catanzarodascoprire.it

#archeopolis

Linda Verre

Ph: 4culture

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Il Castello della Valle: Fiumefreddo Bruzio ed il raggio verde

C’è un rituale che mi accompagna, ormai da tempo, durante l’estate: andare a Fiumefreddo Bruzio.

Ci vado per il mare ma in particolare per un piccolo rito che mi mette pace. Da quando hanno ripristinato la vecchia mulattiera, la via dei pescatori di Santa Domenica, che collega la marina al paese, nel pomeriggio intorno alle 19:00 m’incammino lungo il sentiero che, faticosamente, dopo circa 1 km di scalini e 20 minuti di percorrenza, mi porta in cima. Si arriva a largo Santa Domenica, ad accogliermi una fresca fontana e l’inizio di un dedalo di viuzze e colori che mi porta ad esplorare il paesino.

Dopo aver ammirato gli splendidi portali e i palazzi nobiliari, mi ritrovo, all’improvviso, davanti al Castello della Valle, situato nella parte più alta del paese, a sud-est, circondato dagli strapiombi naturali. Su quella stessa rocca si trovava una torre di avvistamento prima della sua costruzione nel 1021 ad opera di Simone de Mamistra governatore della Calabria e barone in epoca aveva. A guardare la posizione strategica del paesino e l’abbondanza della campagna circostante, tutto fa pensare che quel posto sia abitato da sempre, ma solo alcune tracce archeologiche rinvenute sulla collina adiacente fanno pensare ad una frequentazione romana. Il Castello appare imponente, nonostante il tempo e la storia abbiano avuto la meglio sulla maestosità dell’impianto e delle mura. I sotterranei e le stanze che custodiscono gli affreschi dell’artista Salvatore Fiume sono stati, invece, ristrutturati.

Oggi possiamo visitare quel che resta dell’ultimo rifacimento dell’impianto, avvenuto nel 1535, anno in cui Carlo V destinò la terra di Fiumefreddo al viceré di Calabria Fernando d’Alarcon, marchese della Valle, che ricostruì le torri circolari sostituendole a quelle di manifattura sveva. Una passerella sostituisce il vecchio ponte levatoio che arriva sotto il portale d’ingresso, ricco di elementi decorativi.

Il Castello venne poi distrutto nel 1807 dalle truppe napoleoniche e, da allora, cadde in rovina. Solo a partire dagli anni Settanta, l’intero paese e i suoi monumenti subirono una forte rivitalizzazione e importanti restauri grazie all’impegno di Salvatore Fiume.

Dirigendomi verso ovest incontro la porta d’Oriente, varco principale per accedere al paese e da lì m’incammino sul corso principale. Ci sono due terrazze che affacciano sul mare: Largo Rupe, adiacente al quartiere di San Rocco e vicino al secondo acceso al paese la porta di Mare; e la terrazza del Largo Torretta, la mia preferita, quella in cui si conclude il mio rito. Osservo la campagna sottostante e l’orizzonte del mare, mentre la voce di mio cognato si ostina a convincermi che c’è un raggio verde proprio quando il sole scompare al tramonto. Una sottile striscia di colore, visibile solo per pochi istanti. Lui lo vede sempre. Io, in tutti questi anni, non ci sono mai riuscita. Sarà il prosecco che bevo e il sapore fritto e unto delle zeppoline che ci servono mentre chiacchieriamo al bar della terrazza a distrarmi.

Nelle giornate più terse, riesco solo a vedere il profilo dello Stromboli e mi riprometto che la prossima volta starò più attenta. E berrò meno prosecco.

#ArcheoPolis

Maddalena Santostefano

ARCHEOPOLIS

San Fili: Il Castello

Avete presente una raggiante giornata di maggio, in una splendida zona di Calabria, che ti ispira quella viscerale necessità di aprire la tua mente e decidere di arricchirla attraverso il puro godimento visivo e olfattivo? Avete presente un mitico Pandino verde anni ’90 e una compagna, anche di viaggio, al vostro fianco?

Perfetto, ora che avete ben presente la prefazione del viaggio vi racconto la meta.

Ci troviamo nel comune di Stignano, in provincia di Reggio Calabria, e di preciso in Località San Fili.

Qui, una volta percorsa una stradina che si snoda lasciando alle spalle la SS106, la prima cosa che vi colpirà sarà l’odore degli eucalipti, della sulla, delle erbe di campo e i loro fiori che, in questo periodo dell’anno, donano le loro emozioni più intense.

Alla fine di questa stradina si presenterà dinanzi a voi, in tutto il suo splendore, il Castello di  San Fili. Si tratta di un castello del XVII secolo costruito come struttura difensiva, successivamente trasformato in residenza.

Il Castello di San Fili di Stignano era originariamente una torre nata come struttura difensiva nel 1500 con funzione di avvistamento e di guardia coordinata con l’apparato di difesa contro le invasioni saracene e turche, poi modificata dai feudatari a fini residenziali nel corso del 1700 ad opera di una famiglia locale che, già nel secolo successivo, l’abbandonò per un’altra residenza.

Il castello appartiene oggi alla famiglia Alvaro-Salerno.

Si tratta di una costruzione triangolare, con tre torri ai vertici, di cui due sul prospetto principale, in pietra a base rettangolare, e la terza sul vertice opposto, a pianta pentagonale.

L’edificio è a due piani e vi si accede per una scala a unica rampa, all’interno una scala collega i due livelli e il terrazzo. Al primo piano è tuttora collocato un imponente camino con il quale veniva riscaldato, nelle giornate di freddo invernale, l’intero salone di ricevimento. Il terrazzo invece è una veranda sulla costa ionica reggina, al suo mare e sulla sua natura ancora poco contaminata.

L’edificio rappresenta un caso singolare di residenza di campagna con i caratteri tipici però di fortezza. Il castelletto è stato inserito da Legambiente, nel 1996, nel gruppo dei monumenti italiani da preservare.

Oggi è in totale stato di degrado e abbandono.

Rientriamo a casa con la speranza che questi spazi ritornino ad essere vissuti e visitati da chi, come noi, è alla ricerca dei sogni in un Castello.

 

Francesco De Leo

Co-Redattore di ArcheoPolis

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Le lamine orfiche della Magna Grecia

“Son figlio della Terra e del Cielo Stellato, urania è la mia stirpe […] di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto da bere la fredda acqua che viene dal lago di Mnemosyne.”

Questi versi introducono il viaggio di #ArcheoPolis di questo mese attraverso la religiosità antica, raccontando la visione di una vita dopo la morte e dell’anima che aspira a diventare scintilla del divino: spaccati di storie di tanti secoli fa, di uomini che incidevano nell’oro un messaggio fatto di versi e di invocazioni alla divinità.

L’esame di un sepolcro analizzato come contesto strutturato consente di studiare gli aspetti delle società antiche e la gamma di possibili comportamenti di un gruppo umano attestati nelle evidenze archeologiche: questo comporta che vi sia un rapporto, più o meno complesso, tra la società dei vivi e la comunità dei morti. In questo articolo percorreremo insieme una delle dottrine più affascinanti e intense del mondo antico, che ha lasciato tracce e documenti anche in Magna Grecia.

L’Orfismo costituisce uno dei più importanti fenomeni religiosi di carattere mistico che si siano affacciati alla Grecia del VI secolo a.C. Ha come mitico fondatore Orfeo, inventore della cetra e originario della Tracia, patria già nell’epos di profeti e sciamani, che discese negli inferi dove sarebbe venuto a conoscenza di molti segreti sulla vita dopo la morte.  Tutta la disciplina orfica consiste nella liberazione dell’elemento luminoso, celeste, dionisiaco, che è l’anima, dall’elemento oscuro e materiale che è il corpo.

I misteri erano cerimonie di iniziazione la cui ammissione era indipendente sia dal sesso che dall’età, vi era un elemento di scelta personale e non era relegato all’appartenenza ad una famiglia o ad una tribù. Inoltre, l’iniziazione non comportava adesione ad un “credo” nel senso comunemente inteso, come accade con le grandi religioni:  in epoca pre-cristiana, le varie forme di culto non sono mai incompatibili; esse appaiono come varianti o tendenze all’interno del conglomerato unico della religione antica. Per i Greci i misteri indicavano alcune delle feste previste dai calendari  ufficiali delle città greche: costituivano un complesso culturale in cui si realizzava un’interferenza provvisoria tra mortalità e immortalità, tra umano e divino; questo conferiva valore alla morte rendendola comprensibile dalla cultura.

Gli studiosi del culti in Magna Grecia hanno spesso ricercato nella vita religiosa delle singole poleis il riflesso di quella delle rispettive città fondanti; l’Orfismo ha avuto qui una sede importante e propizia al suo sviluppo. La dottrina orfica era esoterica e in ciascuna comunità vi era un numero limitato di iniziati che seguivano una rigorosa disciplina; non erigevano mai templi, ma si servivano, per la celebrazione dei riti e dei misteri, dei santuari già esistenti o delle “sante case”.

Sicure attestazioni dell’Orfismo in Magna Grecia sono le laminette orfiche: si tratta di un gruppo di sottili foglie d’oro rinvenute in sepolcri della Magna Grecia, di Creta, della Tessaglia; territori, dunque, ai margini della grecità classica, quasi a volerne segnare le frontiere. Datate tra il V secolo a.C. e il II d.C. e ritrovate in aree geografiche distanti e culturalmente diverse, sono segni di riconoscimento di iniziati dionisiaci, contengono istruzioni per l’anima nel passaggio dalla vita alla morte e parlano direttamente al defunto. Il loro contenuto rivelava una particolare attenzione al destino dell’uomo dopo la morte, ne descriveva l’itinerario ultraterreno e lo accompagnava con un formulario di istruzioni. Questi documenti si inseriscono tra le testimonianze epigrafiche più rilevanti del mondo greco e che in ambito calabrese sono rappresentate da sette esemplari, di cui cinque rinvenute a Thurii, una a Petelia e la più antica rivenuta ad Hipponion, nel 1969. Quest’ultima fu iscritta, ripiegata quattro volte su se stessa e posta in bocca alla defunta: la piegatura era probabilmente un atto rituale per evitare ai profani la lettura. I testi di queste piccole e costose lamine, in greco antico, non sono opere letterarie in senso compiuto; il prezzo dell’oro ed il fatto che l’iniziato dovesse portare il testo con sé nell’aldilà, obbligano a configurare un testo breve e funzionale per aiutare il morto a ricordare i dettagli fondamentali al suo ingresso negli inferi. Queste erano poste sul petto, in bocca o nella mano del defunto. Nei confronti della collocazione di questi documenti, gli studiosi hanno effettuato ricerche e indagini di grande impegno, rivolte soprattutto al riconoscimento della dottrina che da esse scaturiva: c’è chi li ha considerati totalmente orfici, chi pitagorici.

Le laminette auree riflettono forse il prolungarsi di un pensiero che già affiorava nella Grecia arcaica, dove la pratica dell’ascesi poteva costituire uno strumento indispensabile per entrare  in contatto con la divinità: l’Orfismo si concentra sulla fede nella certezza dell’espiazione, attraverso i cui gradi l’anima si purifica e, libera dal corpo che la imprigiona, può anelare allo status di divinità.

Ma il viaggio attraverso le preghiere, la religiosità ed i riti di quel grande territorio chiamato Magna Grecia è lungo e non finisce qui: indossiamo gli antichi sandali, gustiamo un melograno tra un campo di spighe e ci prepariamo per la prossima tappa.

Carmela Bilotto

#ArcheoPolis

…Continua a seguire lo Strummolo…

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Colonia Minervia Scolacium

In un punto particolare del tratto che unisce Catanzaro a Soverato, lungo la strada 106 jonica, percorsa da migliaia di anni e da altrettante persone, è ubicato il Parco Archeologico della Roccelletta di Borgia. Tre popolazioni si sono insediate in questo territorio: gli antichi greci, che fondarono “Skylletion” nell’VIII sec. a.C., i romani, che dedussero la colonia di “Scolacium” nel 194 a.C.,e infine i normanni, che costruirono la basilica di Santa Maria della Roccella. Lasciandosi alle spalle la rumorosa 106, ci si immerge nel silenzio delle antiche vestigia, catturati dal rosso dei laterizi della Basilica Normanna, risalente all’XI sec., consacrata a Santa Maria della Roccella, con pianta a croce latina, ad un’unica navata e tre absidi, il tutto illuminato da dieci finestroni. L’accesso alla chiesa era garantito dalla porta sulla facciata principale, originariamente sormontata da una grande finestra rettangolare poi restaurata con un oculus ellittico.
Continuando il cammino storico, si giunge di fronte a quello che doveva essere il Foro, ben conservato, dove ancora oggi si riescono a scorgere su un lato lungo porticato, i vani delle tabernae, dentro le quali, sembra di poter immaginare gli scolaciensi intenti nelle faccende quotidiane, come comprare il pane o il pesce (a tal proposito sono stati ritrovati diversi ami attualmente custoditi nel museo del Parco Archeologico). In fondo al foro vi è un luogo identificato come il tribunal, dove l’oratore sfoggiava le sue doti nell’eloquio durante un’arringa, e sul lato opposto alle tabernae sembra di assistere ai riti da parte dei “Seviri Augustales” per onorare l’imperatore. Infine salta all’occhio la strada dai grandi basoli del “decumanus maximus”, sulla quale gli abitanti della cittadina camminavano, essendo la via più importante della città, al di sotto della quale si scorge, ancora, un Ninfeo, dove sgorgava l’acqua che dava un tocco di bellezza a tutto il complesso del foro.
Proprio dietro al foro è collocato il teatro, scavato a ridosso di una piccola collina, come era uso all’epoca, in modo da calcolare perfettamente l’acustica, non avendo allora certo le nostre amplificazioni. Esso presenta ancora oggi gli spalti con i posti a sedere (circa 5000) pressocchè intatti, ove i sedili migliori erano, come di consueto, riservati a togati, gente appartenente all’élite scolacense. Di fronte agli spalti è visibile parte dell’orchestra e della scena, luogo nel quale gli attori interpretavano i personaggi delle tragedie e delle commedie, sormontata da ricche decorazioni architettoniche. Oltre al teatro vi è un anfiteatro, al momento sembra essere l’ unico scavato in Calabria, elemento indicativo della grande importanza ricoperta da Skylletion-Scolacium. I risultati degli ultimi scavi hanno messo in luce scale e vomitoria, e naturalmente parte dell’arena, datandolo al I d.C.
Se poi si sale sulla collina in corrispondenza del teatro, ci si ritrova davanti alla necropoli bizantina, composta da diverse stratificazioni di tombe, datate al VI e VII sec. d.C., con corredi semplici, in terracotta, metallo e vetro. Qui il panorama fa letteralmente perdere il fiato e dove, scorgendo il mare azzurro, si può immaginare di intravedere navi antiche, che da queste zone partivano per commerciare il vino e l’olio con gli altri popoli del Mediterraneo.
Il bellissimo museo, infine, è diviso nelle varie età insediative della città (dall’età preistorica a quella medievale), oltre alle sezioni più specifiche riguardanti i monumenti: il teatro con le sue decorazioni architettoniche, il foro con i suoi grandi laterizi bollati e l’epigrafe celebrativa, una sala interamente dedicata ai magnifici togati, alcuni consumati purtroppo dai segni dell’aratro. In questa sala è presente una Tyche, ritrovata nel Foro, durante l’estate del 2008, quando io stessa scavavo. L’emozione di vedere questa statua uscir fuori dal terreno può essere paragonabile alla nascita di un bambino dal grembo della madre!

#Archeopolis

 Ilaria Fabiano

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FILADELFÌA FANTASÌA…

 

Un quadrivio. Quattro spicchi di piazza, e quattro chiese ai quattro angoli. Da qui parte il corso, centro nevralgico del borgo, cuore pulsante del paese, da cui si organizza in cardi e decumani “FiladelfÍa” (VV), con strade a squadro e case con pietre a vista (pare che ci fosse una tassa sull’intonaco, e i filadelfiesi di contro si siano specializzati nella lavorazione della pietra). 6mila persone che durante l’estate (a quanto dicono gli autoctoni) arrivano anche a triplicarsi. È qui che un gruppo di impavidi archeologi, chiamati da un’associazione per il recupero dell’antica Castelmonardo, è giunto sfidando l’inverno per una campagna di scavo sulla rocca dell’ antico borgo medievale che porta lo stesso nome, posto su una collinetta isolata e ventosa, in posizione facilmente difendibile, abitato per almeno 700 anni e distrutto dal terribile terremoto del febbraio 1783. Qui per un mese i volontari guidati dal prof. Cuteri hanno cercato di svelare i segreti della rocca, riportando alla luce parte del castello che predominava sull’abitato medievale, tutt’ora silente sull’altopiano prospiciente, ricoperto da vegetazione ed alberi, in attesa di essere riportato alla luce. La presenza di queste persone “estranee” alle solite facce del paese è stata vissuta in maniera più che positiva da chi in questo luogo ci resta tutto l’anno, ed a parte qualche sterile polemica sullo “sperpero” dei soldi necessari a finanziare la campagna di scavo, l’atmosfera che si respirava era di entusiasmo, felice convivenza tra autoctoni e “ospiti”, comprensione degli aspetti positivi che gli scavi archeologici possono apportare alla comunità come quella filadelfiese. Gli abitanti sono ragazzi (pochi), adulti ed anziani. Molti sono partiti in cerca di fortuna, qualcuno è tornato. Ed allora capita di conoscere gente che ha vissuto una vita all’estero, specie in Svizzera, per poi decidere di lasciare figli e nipoti lì e trascorrere l’età della pensione nel paese natìo. Capita che due signore, Maria ed Antonietta, entrambe rientrate a “FiladelfÍa” dopo anni di permanenza all’estero (una ha girato il mondo, l’altra ha lasciato la famiglia per seguire il marito nel desiderio di terra calabra dopo quasi mezzo secolo in terra elvetica), vengano a casa felici ed entusiaste munite di tutto l’occorrente per friggere quintali di zeppole, oltre a portare in dono prodotti tipici della tradizione locale quali olive “ammaccate”, la piccantissima ‘nduja, l’immancabile vino rosso, ventimila polpette deliziose e tanto altro che gli archeologi hanno impiegato quasi tre giorni a smaltire. Capita che durante la stessa serata il presidente dell’associazione prof. Rondinelli e l’immancabile Fruci lascino le famiglie per stare insieme a questi moderni “indiana jones” ad assaporare le meraviglie della cucina, oltre ad ascoltare le dolci note della fisarmonica de “U SONATURI”, figura folkloristica sempre pronta ad allietare le notti del borgo col suo strumento. Filadelfia era Castelmonardo, Castelmonardo oggi è Filadelfia. 500 metri in linea d’aria tra l’uno e l’altro, due collinette che si guardano, passato e presente che si incontrano nuovamente. 39 anni sono trascorsi dal primo e finora unico tentativo di riportare alla luce le vestigia del borgo antico da parte di Maestri e co., e gli archeologi di oggi (Peppe, Maria, Silvia, Rita, Maddalena, Annamaria, Annalisa, Chiara, Lidia, Nicola, Salvo-Nazareno e Sergio, oltre a chi vi scrive) hanno seguito le sue orme per affrontare nuovamente lo studio dell’antica Castemonardo, abbandonata a causa del tremendo sisma di fine XVIII sec. Una ventata di novità per il paese, ricordi piacevoli per chi agli scavi ha partecipato. L’accoglienza e la gentilezza delle persone, la bellezza del borgo, la conoscenza di vari soggetti che lo scavo solevano visitare. Come “il poeta”, 60enne dalla parlantina facile e dalle bizzarre storie, che di tanto in tanto saliva fino in cima alla collinetta per rifocillare i lavoratori con un goccio di vino o del caffè, per regalare “lauree” (poster con foto di paesaggi ed animali del luogo correlate da criptiche poesie da lui scritte) e momenti di altissimo livello poetico-culturale, specialmente nei duetti con Raffaele! Un’esperienza molto positiva per tutti e, con buona speranza e dita incrociate, da ripetere. La chiusura della campagna di scavo coincidente con la festa del maiale, poi, la ciliegina su una torta come quelle preparate dalla moglie del presidente, varie e sempre di eccezionale fattura. Ma, questa, è un’altra storia…

#Archeopolis

Marco Segreto

 

ARCHEOPOLIS

La Sacra Krimisa

Questo articolo è dedicato alla memoria e alla “dura disciplina” del pioniere delle scoperte di Magna Grecia, Paolo Orsi.

Nella prima puntata di questo archeoracconto dello “Strummolo” si è parlato di un luogo magico, santissimo per tutti i fedeli magnogreci che arrivavano sulle sponde calabre dalla Madrepatria e per le popolazioni locali dell’entroterra, che rendevano preziosi doni alla Grande Hera, Heleuteria, liberatrice e santa tra tutti i popoli.
E proprio della storia di queste genti oggi vogliamo parlare, perché la nostra amata Calabria ha radici miste, epicuree, mischiate di sangue greco ed enotrio, e successivamente brettio.
L’antica colonia achea di Kroton , fondata nell’VIII sec a. C. dagli Achei, aveva un territorio molto vasto ed era simbolicamente segnato, come spesso succedeva nelle fondazioni greche in Occidente, da due santuari extraurbani: del Lacinio si è detto, mentre a Nord, dall’altra parte del golfo, a Punta Alice, si trova un luogo sacro dedicato ad una divinità altrettanto importante, ovvero Apollo.
Le fonti narrano del fondatore di Crotone, Miscello di Ripe, cui il responso dell’oracolo Pizio circa il luogo della ktisis, disse: “ non ti allontanare dal Lacinio, né dalla sacra Krimisa, né dal fiume Esaro”. Questi i Punti di riferimento per la fondazione della città, in cui si coglie un dato piuttosto considerevole: Krimisa è sacra prima della fondazione del Lacinio.
Si deve alla tenacia dell’archeologo Paolo Orsi, dopo mesi di ricerche nelle paludi di Cirò Marina, il rinvenimento, dei resti di un tempio dedicato ad Apollo Aleo (da Alaios, in greco, protettore della navigazione e del mare) di cui intuì subito l’importanza. Poco si conservava della struttura dell’edificio sacro, ma lo scavo portò al rinvenimento al di sotto della cella di preziosissimi doni votivi: nel 1924, venne recuperato il famoso acrolito marmoreo, (statua di culto con protomi in materiale nobile e anima in legno o terracotta) di cui si recuperarono testa, mani e piedi, oggi esposti al Museo Nazionale di Reggio Calabria. La testa marmorea è lavorata accuratamente nei bei lineamenti resi a testimoniare la serenità del Dio, che doveva aveva sicuramente gli occhi in pasta vitrea e ciglia in metallo, mentre il retro del capo è scolpito sommariamente e presenta due fori alle estremità delle tempie per accogliere la parrucca, forse in bronzo dorato. Nello stesso deposito fu ritrovato un esemplare di parrucca bronzea finemente cesellata in ciocche annodate in un krobilos e cinta da una corona di alloro di cui si conserva solo il gambo, sebbene non pertinente al grande acrolito, ma forse alla statua di culto precedente, trovando confronti stilistici con opere greche afferenti allo stile severo. La statua di culto dell’Apollonion, dunque, di chiara produzione greca o Magnogreca, è databile tra il 440 ed il 420 a.C. e trova paralleli con opere della madrepatria di chiare influenze postfidiache: alta circa 2 metri, doveva rappresentare il Dio in posizione assisa, probabilmente con cetra. Altri doni votivi in materiale pregiato furono rinvenuti nel santuario: una statuina in oro raffigurante Apollo con arco e patera, laminette auree, braccialetti in argento, e infine alcuni bronzetti del Dio caratterizzati dalle masse muscolari sproporzionate, di chiara produzione italica.
Il santuario cirotano è legato alla figura di un eroe di tradizione omerica, l’arciere zoppo Filottete, che aveva ricevuto da Heracle morente, arco e frecce e che egli dedica come ex voto alla divinità di Krimisa-Cirò. Le fonti raccontano di una serie di città da lui fondate, nella zona a Nord del fiume Neto: Crimisa, Macalla, Petelia e Chone. Alcune di queste città furono individuate attraverso rinvenimenti archeologici sporadici e solo di rado per mezzo di scavi sistematici. Si è ipotizzato che Petelia, metropoli Lucana di grande importanza, corrisponde grossomodo all’odierno abitato di Strongoli, mentre nella località Murgie di questo stesso comune, fu fatta un’importante scoperta. La studiosa francese Jiuliette De La Geniere, scavò in questa località un centro indigeno fortificato, munito di ben due cinte murarie, la prima che racchiude la sommità dell’altipiano dove si trova un santuario dedicato ad una divinità femminile legata al culto delle acque, data la presenza di numerose sorgenti e ceramica miniaturistica, ed una seconda a quota più bassa che cinge l’abitato e forse un secondo santuario. Le statuine votive ritrovate nell’area evidenziano una produzione coroplastica prettamente indigena, ispirata però all’iconografia dell’Atena greca; inoltre anche la necropoli indagata a ridosso della seconda cinta ha restituito materiale frammisto, greco e locale. La presenza di contesti abitativi, necropoli, nonché aree sacre, ha indotto a ritenere che questo centro possa essere identificato con l’antica Macalla.
Dopo queste ricerche nel territorio, anche il tempio di Apollo Aleo fu nuovamente oggetto di indagini. Infatti lo studioso tedesco di urbanistica antica, Dieter Mertens, riconobbe l’importanza e l’emblematicità di questo monumento, che purtroppo è conservato solo a livello di fondazione.
Il tempio presenta due grandi fasi edilizie: la prima tardoarcaica (primi decenni del VI sec. a. C.) con cella costruita in mattoni crudi su un muro in pietra e circondata da colonnato ligneo e rivestimento con decorazioni in terracotta (di cui si sono trovati diversi frammenti in tutta l’area), e la seconda tardoellenistica (primo quarto del III sec. a. C.), di cui rimane un basamento di blocchi in pietra squadrata, con otto colonne sul lato breve e diciannove su quello lungo e alcuni frammenti del fregio lapideo con metope e triglifi.
I riscontri archeologici citati sono solo alcuni dati che attestano le antichissime relazioni, intense e continuative, tra le genti greche e le popolazioni autoctone della costa ionica calabrese.
Il santuario di Punta Alice rappresenta un luogo di culto “di confine” in un territorio abitato da popolazioni non greche, dedite alla pastorizia e alla transumanza dalle propagini silane, e che sicuramente frequentavano l’area sacra per fini sociali e verosimilmente economici. Del resto , i ricchi doni qui conservati, evidenziano quale importanza esso avesse per il mondo anellenico, tanto che si presume che proprio Petelia, centro osco di primaria grandezza, esercitando una funzione di controllo, tra fine del IV e il principio del III secolo a. C., si fece carico addirittura, della ricostruzione del santuario in chiave monumentale, seppure secondo moduli e formule strutturalmente arcaizzanti, ma indicative dell’apporto locale e soprattutto del gusto conservatore peculiarmente autoctono.

Che i santuari fossero i luoghi prescelti per finalizzare pratiche di scambio tra popolazioni diverse, non è difficile da immaginare, ed è più plausibile identificare in questi luoghi la logica trasposizione dei mitici teichea micenei, piuttosto che sostenere che la fondazione dei santuari fosse l’evidente tentativo da parte dei coloni della presa di possesso del territorio, come hanno fatto molti studiosi per lungo tempo.
I dati archeologici propendono per la prima tesi: durante il II millennio a.C. le popolazioni egee, spinte dalla situazione geografica della Grecia caratterizzata da un forte frazionamento territoriale, si spostarono in molte direzioni al fine reperire materie prime, trasferendo uomini, oggetti ed esperienze. I ritrovamenti ceramici, a partire dal XIII secolo a. C., in vari punti della costa ionica, confermano la nascita di relazioni interculturali basate sul crescente contatto “commerciale” di matrice egeo-italico di cui Broglio di Trebisacce e Torre del Mordillo forniscono evidente testimonianza. Si è proposto infatti, di riconoscere in questi dati un primo processo di acculturazione che portano alla produzione di ceramiche di ispirazione egea che continuano parallelamente ad una prettamente locale.
Nonostante ciò, alcuni studiosi, propendono ancora per tesi di supremazia della componente greca, quando invece sarebbe più corretto interpretare il processo di colonizzazione in un panorama multietnico, in cui prendere in considerazione diverse fasi di un processo lunghissimo, quali prospezione, fondazione e infine colonia come vero e propria città con un suo hinterland.
L’area della Sibaritide (tra l’altro, confinante con quella cirotana), è foriera di un esempio lampante in questa prospettiva: l’Athenaion del Timpone della Motta a Francavilla Marittima. I Greci qui arrivati impiantarono un santuario sulla sommità del colle, dove in precedenza si trovata l’abitato indigeno. In realtà non c’è processo di sopraffazione: l’insediamento abitativo sul pendio collinare rimanda ad uno stampo di matrice greca, ma le tombe coeve rivelano sopravvivenza di rituali funerari indigeni, e ciò conferma che i nuovi arrivati Greci si siano integrati con gli Enotri. Infondo, si può pensare ad alcune dinamiche logiche di coesistenza e ad un’esemplificazione piuttosto diretta di un dato di fatto assoluto: i coloni greci erano esclusivamente uomini , ma sicuramente prendevano moglie sul posto ed inoltre è ipotizzabile che venissero sepolti con i rituali indigeni con cui convivevano!
Ma questa è un’altra storia di cui forse vi parleremo nei prossimi racconti dello Strummolo….

Il sincretismo religioso tra vari gruppi etnici è uno dei fattori cardini percepibili nei siti sacri, di cui l’Apollonion di Cirò Marina è un esempio evidente, perché verosimilmente, proprio sotto l’egida protettrice della divinità si creava coesione culturale, in uno stesso territorio vasto e socialmente complesso. Inoltre il santuario cirotano ha le caratteristiche ideali per agire come intermediario tra la Piana costiera e le colline e le montagne dell’interno.
La fine della frequentazione di questo santuario coincide con una fase storica nettamente diversa rispetto a quella sin’ora descritta: il panorama sociale è fortemente cambiato, gli equilibri economici, religiosi e politici, scombussolati. Successivamente al III a. C., infatti, quando le tribù brettie si strutturano nelle loro sedi fortificate, con i loro capi, e le loro donne vengono sepolte in tombe a camera con i segni materiali del potere militare ed economico, allora si colgono i caratteri del confronto, dello scontro tra culture, ma ormai la Magna Grecia è sull’orlo del declino, perché di li a poco cadrà l’ultimo baluardo greco, la spartana Taranto.
E poi comincerà un altro pezzo di storia, tutta diversa, tutta Romana…

#archeopolis
Nausicaa Cicero

ARCHEOPOLIS

Bova Marina: “JALO’ TU VUA”

“E noi calabresi – sempre pronti a fuggire, anche a ragione, nel mito del mondo classico e a cercare glorie ed eventi illustri nella nostra storia – dovremmo ricordare che la più antica sinagoga d’Italia ( risalente al II secolo d.C.) dopo quella di Ostia, è stata eretta in prossimità dell’attuale Bova Marina […] e dovremmo ricordare che il cedro, la pianta sacra degli ebrei, cresce e viene coltivato senza innesti e quindi fornendo frutti belli e “puri” nei paesi della Riviera dei Cedri, dove i rabbini di tutto il mondo vengono per cercarlo e acquistarlo per la Festa delle Capanne (Sukkoth). Più che di “calabresità” dovremmo parlare di “cala-ebresità”, di un’identità mobile, dinamica, fatta di contaminazioni e mescolanze. Del resto […] esistono tante somiglianze tra “ebreo errante” e “calabrese errante”, tra due popolazioni sempre in fuga e alla ricerca quasi ossessiva della loro identità” (Vito Teti)

La seconda tappa di #ArcheoPolis ci porta nel cuore dell’area grecanica, a Jalò Tu Vùa (Bova Marina), in provincia di Reggio Calabria.
Il territorio di Bova Marina vanta un patrimonio archeologico che affonda le proprie radici nella preistoria. I ritrovamenti abbracciano un arco temporale di circa 9000 anni: dal VII – VI millennio a.C. fino all’epoca greca-romana, tardo antica e medievale. Grazie al BMAP (Progetto Archeologico Bova Marina) è stato possibile censire oltre 70 siti neolitici da cui provengono ceramiche, asce di pietra, strumenti litici di ossidiana e vasi decorati del tipo Stentinello. In località Umbro è stata portata alla luce una fattoria rurale greca di epoca classica (V -IV secolo a.C) ed un interessante insediamento fortificato del periodo arcaico (VI secolo a. C.) a San Salvatore nei “Campi di Bova”. La zona era confine naturale tra le poleis di Rhegion e di Locri Epizefirii, una zona cuscinetto nella quale le frontiere erano date da corsi dei fiumi. A questo periodo storico risalgono, infatti, la Fattoria greca in località Umbro e l’insediamento abitativo in località Mazza. La zona fu molto frequentata anche in epoca romana, come indicato dal miliario rinvenuto in contrada Amigdalà.
Nel giugno del 2010 è stato istituito il Parco Archeologico “Archeoderi”. Più di ottomila anni di storia racchiusi in questa porzione di territorio lambito dal mare e dagli alberi di bergamotto.
La scoperta della zona archeologica in località San Pasquale (contrada Deri), avvenne durante gli scavi per la realizzazione della nuova SS106. Negli anni ‘80 del secolo scorso vennero indagati alcuni ambienti termali riconducibili ad una villa della prima età imperiale. Intorno a questo complesso, a partire dal II sec. d.C. si sviluppò un abitato rurale e qui venne costruita una sinagoga ebraica intorno al IV secolo d.C. Ciò è testimoniato dal rinvenimento di un pavimento musivo decorato con simboli ebraici, oltre ad anfore con bollo recante il candelabro ebraico (il ritrovamento di questa ansa di V d.C. di fabbricazione locale con il simbolo della Menorah, ci testimonia un processo di produzione di cibi Kosher, cioè conformi all’ alimentazione ebraica). Si tratta, dunque, di una sinagoga di età tardo-imperiale: da villa a statio, dato che molti studiosi ne propongono l’identificazione con l’antica Scyle raffigurata sulla Tavola Peutingeriana. La sinagoga ha vissuto due fasi edilizie: la prima risale al IV secolo d.C., quando una comunità ebraica si stabilì ai margini di una villa del II secolo d.C. Le dimensioni della sinagoga ci suggeriscono una comunità molto numerosa. L’aula di preghiera era rivolta ad est, verso Gerusalemme, ed era decorata con un pavimento musivo: 16 riquadri delimitati da una doppia treccia. Al centro simboli come “Il nodo di Salomone” e la “Menorah” ( proprio la Menorah qualifica l’ambiente come aula di preghiera) la bellezza del mosaico ci parla di una comunità attiva e prospera. Attorno alla raffigurazione del candelabro sono rappresentati altri simboli cardine della cultura ebraica: il cedro (ethrog), il corno d’ariete, che serviva per l’adunanza (shofar), il ramo di palma (lulab). Questi simboli sono, come dicevamo, i più comuni dell’arte ebraica, altrimenti povera di raffigurazioni, perché proibite dalla Legge. Il perimetro esterno del mosaico è dato da un bordo con motivo di foglie e frutti. Agli inizi del VI secolo d.C. è datata la seconda fase edilizia. Il complesso subì una notevole trasformazione e venne distrutta, probabilmente da un incendio, alla fine dello stesso secolo.
All’interno del parco si trova inoltre il Centro di Documentazione per il Patrimonio Culturale e l’Ebraismo nell’Area Grecanica, edificio con ambienti atti ad ospitare convegni, seminari, attività culturali. Oltre ad un percorso espositivo dedicato alla storia della presenza ebraica in Calabria, l’edificio ha una sala espositiva dedicata anche alla cultura greco-calabra. Era l’ex frantoio appartenente ai Baroni Nesci di Sant’Agata, ristrutturato per ospitare al suo interno il centro di documentazione.
L’Antiquarium custodisce reperti rinvenuti non solo all’interno del Parco Archeologico, ma anche provenienti da diverse località del territorio bovese, e coprono un arco di tempo che va dal VII millennio a.C. al VII secolo d.C. Dunque da manufatti neolitici, come strumenti di ossidiana e selce, a ritrovamenti greco-romani e, i più importanti, quelli giudaici: anfore, frammenti di vasi con impresso il timbro della menorah, lucerne, il “tesoretto” trovato all’interno di una brocca interrata, composto da tremila monete in un ambiente attiguo all’aula della preghiera, a testimonianza dell’abbandono improvviso del sito. Qui è esposto il mosaico.
Sempre nella Vallata del San Pasquale, area di elevato interesse archeologico, troviamo la chiesetta della Panaghia (VII -VI secolo d.C.), con un muro perimetrale risalente, probabilmente, ad una fase precedente ( III – IV secolo d.C.). Di fronte ad essa, a “Panagulla”, è stato scoperto, di recente, un interessante insediamento di epoca tardo-imperiale. A circa 2 km dal centro costiero, in località Apàmbelo, la chiesetta bizantina di San Niceto (X secolo d.C. circa), con la sua struttura a due piani rappresenta quasi un “unicum” in Calabria. L’area, ad oggi, non è ancora completamente esplorata.
Infine, una straordinaria testimonianza di “archeologia viva”: Bova Marina si pregia della presenza di parlanti in lingua greca che qui, radicata da ventotto secoli, si è miracolosamente conservata fino ai nostri giorni.

Nella prossima tappa la Route106 vi condurrà a Cirò Marina (Kr). Seguiteci!!!
#ArcheoPolis:
Carmela Bilotto
Francesco De Leo