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ARCHEOPOLIS

La grotta del Romito

Qualche settimana fa abbiamo deciso di tornare in un luogo di grande suggestione, testimonianza di vita ed arte preistoriche: un luogo dove gli scavi e gli studi hanno consentito di ricostruire l’ambiente, la vita sociale e le abitudini alimentari e quotidiane dell’Homo Sapiens. Qualche settimana fa – lo avrete capito – la redazione di #ArcheoPolis si è messa in macchina di buon mattino per raggiungere una cavità ricca di storia, situata ai piedi del Monte Ciagola, nel Parco Nazionale del Pollino: la Grotta del Romito.
In questo articolo ci limiteremo a tracciare qualche linea essenziale, senza addentrarci in spiegazioni approfondite del sito e della sua storia. Il motivo? Perchè vogliamo instillare in voi quel giusto grado di curiosità che possa permettervi di recarvi di persona a visitarlo.
Credeteci: ne vale la pena.
La Grotta del Romito è un sito risalente al Paleolitico superiore, contenente una delle più antiche testimonianze dell’arte preistorica in Italia, e una delle più importanti a livello europeo, situata in località Nuppolara nel comune di Papasidero, in Calabria, provincia di Cosenza. Un esempio virtuoso di fruizione di un grande patrimonio che viene dal passato, che è in attesa della certificazione (meritatissima, a nostro avviso) dell’Unesco.
Si tratta di un sito archeologico ben tenuto, molto conosciuto e frequentato da gruppi e scolaresche: il contesto naturalistico è notevole e arricchisce sicuramente la visita.
Dopo aver percorso il sentiero che dal parcheggio scende fino alla grotta, dopo aver ammirato l’incredibile precisione del graffito del Bos Brimigenius (in realtà le incisioni dei bovidi sulla roccia sono due), la visita prosegue all’interno della grotta, dove, oltre agli scavi, si possono ammirare le spettacolari sculture naturali quali le stalattiti e le stalagmiti.
Nella struttura dov’è alloggiata la biglietteria è stato realizzato un Museo Didattico, contenente i vari reperti rinvenuti nel corso delle campagne di scavo, assieme ad una mostra di arte contemporanea dedicata al Bos Primigenius.
Andare a visitare la Grotta del Romito è un misto di esperienze: una discesa nel ventre della terra, un viaggio intrauterino; la vista di panorami mozzafiato, incastonata nel Parco del Pollino; un tuffo nella storia e nella vita dell’uomo in questi luoghi 18.000 anni fa.
Se volete concludere degnamente la giornata, recatevi a visitare il borgo di Papasidero. Poi, fate come noi: scendete lentamente, seguite il suono dell’acqua che scorre, giù, in fondo all’abitato, e regalatevi il piacere di stare con i piedi a mollo nel Fiume Lao.
Non c’è centro benessere al mondo che possa reggere il confronto!

#ArcheoPolis

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I RACCONTI DELLO STRUMMOLO

Bruzzano Zeffirio: la Rocca Armenia

29 Dicembre 2016: in tempi come i nostri, scanditi da allerte meteo e piccoli alibi a quella tendenza umana chiamata pigrizia, una certa dose di incoscienza è un atto rivoluzionario ( parafrasando ironicamente Orwell).
Dall’incipit è chiara la situazione che ci si presentava: rischio precipitazioni e neve. Nonostante tutto, ci mettiamo in marcia sulla nostra SS 106 direzione sud. Il disco scelto è “107 Elementi” di Neffa: per chi mastica un po’ di rap, sa che è la giusta colonna sonora di una giornata dedicata alla scoperta di posti nuovi.
La storia che ci porta fin qui è quella degli Armeni, un popolo che abitò queste zone lasciando tracce nella cultura materiale; tutto questo a ricordarci che la Calabria è stata sempre punto di incontro e accoglienza di diverse popolazioni: un concetto, oggi, che si tende a dimenticare. Arriviamo a Bruzzano Zeffirio, un nome tanto poetico quanto profetico: arrivate alla rocca, meta della nostra escursione, un vento delicato accompagna la visita del luogo. A proposito del nome, dice Vito Teti: “C’è un insieme di paesi (abbastanza significativo) che non prende in considerazione la posizione o la collocazione geografica, o la possibile area di provenienza, ma l’origine storica, leggendaria o mitica, il mito dell’origine, un antico toponimo diffuso nel paese o nelle sue vicinanze. Il riferimento è quasi sempre all’antichità classica. […] Bruzzano diventa, nel 1863, Bruzzano Zeffirio . La delibera consiliare del 1 ottobre 1862, di cui si occupa Mosino, motiva così la scelta: «… Essendo Bruzzano un paese antichissimo la di cui fondazione ebbe origine dalle colonie greche dei Bruzzii ed Enotri e che il suo capo, punto distinto nelle Carte Geografiche (Capo Bruzzano) che gli antichi latini appellavano Zephirium, così io credo che Bruzzano per distintivo si dovesse sopraggiungere la sopra denominazione Zeffirio…».
L’antefatto è da ricercare, invece, in una delle nostre riunioni organizzative. Si programmano le mete successive, il lavoro ed i sopralluoghi che ci aspettano; siamo d’accordo che la storia degli Armeni e di Bruzzano vogliamo assolutamente vederla, viverla, sentirla. Quasi come se il cammino amplificasse le nozioni che abbiamo appreso prima di giungere su questa sommità che domina il Mar Ionio, nella provincia di Reggio Calabria.
La rocca è viva, abitata dall’abbandono e dalla bellezza del paesaggio: visitiamo le mura che si fanno spazio tra i rovi e l’Arco di trionfo dei Carafa ricco di affreschi, il Castello e una grotta che si trova ai suoi piedi scavata nell’arenaria. Ci sediamo nell’anfiteatro fatto costruire dal comune e apriamo uno dei diari di viaggio a noi più cari, quello di Edward Lear; passa da qui il 6 Agosto del 1847, dicendo: “molti incantevoli panorami si aprono attorno a Bruzzano sbirciando il mare tra i pergolati: i promontori con la scintillante Brancaleone a sud, e le colline azzurre verso nord. Dopo aver disegnato, ci siamo fermati, malgrado fosse ancora presto, alla porta di una cantina, dove trovammo il migliore vino calabrese che avessimo mai assaggiato fino ad ora. Bene per noi che l’abbiamo trovato soltanto dopo”.
Ci telefonano da casa, dicendoci che il tempo sta peggiorando notevolmente: abbiamo fatto ugualmente scorta di visioni e ci promettiamo di ritornare in questo luogo meraviglioso.

…Continua a seguire lo Strummolo!

ARCHEOPOLIS

Il MARCH nel “bosco incantato” di Catanzaro

Il MARCH nel “bosco incantato” di Catanzaro

Il centro antico di Catanzaro è la stratificazione della sua storia; le sue origini bizantine e il suo sviluppo urbanistico nell’epoca medievale si riflettono nei suoi stretti vicoli, nelle sue stradine, nei suoi saliscendi.

Gli interventi di pianificazione urbana nel periodo postunitario prima e nel secondo dopoguerra poi, hanno solo in parte trasformato il volto della città. Con il primo piano regolatore dopo l’Unità d’Italia fu creata una piccola oasi di verde: Villa Margherita. Lo scrittore inglese Gissing, durante la sua permanenza a Catanzaro nel 1897,la descrisse così: “Anche il giardino pubblico della città è simile a un bosco incantato sull’orlo di un precipizio che guarda a oriente”.

La Villa, che fu inaugurata nel 1881 alla presenza della Regina Margherita di Savoia e del Re Umberto I, sorge in via Jannoni, a poca distanza dallo storico Palazzo De Nobili, sede del Comune e intriso di storia e di vicende umane della città. Fu costruita a ridosso dell’ex convento trecentesco delle Clarisse, ha una struttura terrazzata e da essa si gode un bellissimo panorama che spazia dai monti della Sila al mar Ionio.

Subito dopo l’ingresso è ospitato il museo MARCH (Museo Archeologico e Numismatico), la più antica istituzione museale calabrese, che fin dalla sua fondazione -nacque nel 1867, ma trovò la sua seconda e definitiva collocazione nel 1879- fu visitato e apprezzato da viaggiatori del Grand Tour come Gissing, Douglas, Lenormant, Provenzal, Destrèè. Il Museo, che fino al 2001 ospitava anche importanti opere pittoriche di varie epoche, appartenenti a chiese e monasteri della città soppressi dopo l’Unità d’Italia e a collezioni private e attualmente conservate presso il museo MARCA di Catanzaro (situato in via A. Turco), raccoglie testimonianze storiche delle civiltà e dei popoli che si sono succeduti nel corso dei secoli nel territorio calabrese e in particolare nella provincia di Catanzaro. Gli oggetti esposti provengono da donazioni di collezionisti privati e da rinvenimenti durante campagne di scavo. L’allestimento museale è stato rinnovato ed arricchito nel 2016.

Percorrendo i corridoi si incontrano attrezzi di lavoro del neolitico, graziosi gioielli e manufatti dell’età dei metalli, ceramiche dell’età greca, reperti provenienti dal territorio di Tiriolo di età bruzia, tra cui un elmo con paranuca particolarmente rifinito, i resti di un imponente gruppo scultoreo bronzeo di età imperiale rinvenuti a Strongoli, due cippi funerari sempre di età romana, vari reperti provenienti dagli scavi di Scolacium. Continuando il percorso si incrociano pregevoli manufatti di epoca medievale, tra cui la lamina aurea bizantina raffigurante l’Adorazione dei Magi, proveniente da Tiriolo e alcuni frammenti ritrovati nell’area della chiesa cassiodorea di San Martino a Stalettì.

È presente una ricchissima collezione numismatica, ordinata in ordine cronologico dall’età della Magna Grecia fino all’età normanno sveva.

Nelle immediate vicinanze, all’interno della Villa, si trova la Biblioteca Comunale “F. De Nobili” che custodisce un importante patrimonio librario legato alla città di Catanzaro.

Dopo questo viaggio all’indietro nel tempo si ritorna alla realtà, con la consapevolezza di trovarsi in un territorio pregno di storia, cultura e testimonianze artistiche che costituiscono le radici dell’oggi e del domani.

Per informazioni e dettagli sul museo: www.catanzarodascoprire.it

#archeopolis

Linda Verre

Ph: 4culture

I RACCONTI DELLO STRUMMOLO

Escursione sulla West Coast: Curinga, il Platano e L’eremo di Sant’Elia

Una giornata calda, ma proprio calda di Novembre: occasione più che ghiotta per una nuova escursione.

Ci sentiamo qualche giorno prima per decidere la nostra prossima meta, già desiderose di andare a scoprire qualche posto sulla “West Coast calabra”: la scelta ricade quasi immediatamente su Curinga. Era da qualche tempo che volevamo andare a far visita ad un albero millenario, al Platano orientale, intrise dei racconti degli amici che lo avevano già visto.

Dunque, è fatta: andiamo, senza indugi.

Arrivate all’ingresso del paese, un borgo arroccato sui colli a sud di Lamezia a circa 400 metri s.l.m, seguiamo le indicazioni per l’eremo di Sant’Elia e percorriamo in macchina una strada in salita, che ci allontana dal centro abitato. Guardando dal finestrino, ci si apre di fronte la vista del golfo di Sant’Eufemia e della piana lametina, un paesaggio fatto di scorci mozzafiato insieme a colate di cemento indiscriminate. “La solita tipicità locale”, ci diciamo, con una certa dose di sarcasmo.

Scorgiamo i resti dell’eremo e parcheggiamo in uno spiazzo a lato strada: da lì le indicazioni per raggiungere il Platano. Imbocchiamo un sentiero in discesa, immerse nel bosco, e dopo una decina di minuti ci appare, improvvisamente, lo spettacolo di questo vecchio, immenso e saggio albero: vuoi per la collocazione, vuoi per le dimensioni, la visione ci colpisce immediatamente. Il tronco è totalmente cavo, con segni di incendi, e ci immergiamo nel ventre dell’arbusto, provando a definirne la storia, la sorpresa dei viaggiatori che negli anni hanno percorso questo sentiero, i racconti scambiati tra le radici millenarie del Platano. Sembra esattamente ciò che ci disse un amico: un gigante buono venuto dall’Oriente tanti anni fa.

Vi consigliamo assolutamente di vederlo: il gomitolo di emozioni rimane tutto personale, ma l’importanza e la bellezza del Platano rimangono oggettive e universali.

Riprendiamo il sentiero, questa volta in salita, e arriviamo all’Eremo di Sant’Elia, fondato dai monaci basiliani intorno all’XI sec. I ruderi del complesso sorgono su una radura, con la cupola in pietra ancora ben conservata: l’erba è alta ma non ci scoraggia nella visita e la scoperta di questo luogo.

È un altro lembo di Calabria che parla di contaminazioni culturali e di rispettosa connivenza tra uomo e natura: una semplicità di pensiero che oggi sembra quasi impossibile ripristinare.

Dopo aver fatto scorta di visioni, profumi e considerazioni, rientriamo alla base: un nuovo “Racconto dello Strummolo” da pubblicare, un’altra storia di cui parlare, un altro luogo che vi invitiamo a visitare.

 

Continua a seguire lo Strummolo!

ARCHEOPOLIS

Il Castello della Valle: Fiumefreddo Bruzio ed il raggio verde

C’è un rituale che mi accompagna, ormai da tempo, durante l’estate: andare a Fiumefreddo Bruzio.

Ci vado per il mare ma in particolare per un piccolo rito che mi mette pace. Da quando hanno ripristinato la vecchia mulattiera, la via dei pescatori di Santa Domenica, che collega la marina al paese, nel pomeriggio intorno alle 19:00 m’incammino lungo il sentiero che, faticosamente, dopo circa 1 km di scalini e 20 minuti di percorrenza, mi porta in cima. Si arriva a largo Santa Domenica, ad accogliermi una fresca fontana e l’inizio di un dedalo di viuzze e colori che mi porta ad esplorare il paesino.

Dopo aver ammirato gli splendidi portali e i palazzi nobiliari, mi ritrovo, all’improvviso, davanti al Castello della Valle, situato nella parte più alta del paese, a sud-est, circondato dagli strapiombi naturali. Su quella stessa rocca si trovava una torre di avvistamento prima della sua costruzione nel 1021 ad opera di Simone de Mamistra governatore della Calabria e barone in epoca aveva. A guardare la posizione strategica del paesino e l’abbondanza della campagna circostante, tutto fa pensare che quel posto sia abitato da sempre, ma solo alcune tracce archeologiche rinvenute sulla collina adiacente fanno pensare ad una frequentazione romana. Il Castello appare imponente, nonostante il tempo e la storia abbiano avuto la meglio sulla maestosità dell’impianto e delle mura. I sotterranei e le stanze che custodiscono gli affreschi dell’artista Salvatore Fiume sono stati, invece, ristrutturati.

Oggi possiamo visitare quel che resta dell’ultimo rifacimento dell’impianto, avvenuto nel 1535, anno in cui Carlo V destinò la terra di Fiumefreddo al viceré di Calabria Fernando d’Alarcon, marchese della Valle, che ricostruì le torri circolari sostituendole a quelle di manifattura sveva. Una passerella sostituisce il vecchio ponte levatoio che arriva sotto il portale d’ingresso, ricco di elementi decorativi.

Il Castello venne poi distrutto nel 1807 dalle truppe napoleoniche e, da allora, cadde in rovina. Solo a partire dagli anni Settanta, l’intero paese e i suoi monumenti subirono una forte rivitalizzazione e importanti restauri grazie all’impegno di Salvatore Fiume.

Dirigendomi verso ovest incontro la porta d’Oriente, varco principale per accedere al paese e da lì m’incammino sul corso principale. Ci sono due terrazze che affacciano sul mare: Largo Rupe, adiacente al quartiere di San Rocco e vicino al secondo acceso al paese la porta di Mare; e la terrazza del Largo Torretta, la mia preferita, quella in cui si conclude il mio rito. Osservo la campagna sottostante e l’orizzonte del mare, mentre la voce di mio cognato si ostina a convincermi che c’è un raggio verde proprio quando il sole scompare al tramonto. Una sottile striscia di colore, visibile solo per pochi istanti. Lui lo vede sempre. Io, in tutti questi anni, non ci sono mai riuscita. Sarà il prosecco che bevo e il sapore fritto e unto delle zeppoline che ci servono mentre chiacchieriamo al bar della terrazza a distrarmi.

Nelle giornate più terse, riesco solo a vedere il profilo dello Stromboli e mi riprometto che la prossima volta starò più attenta. E berrò meno prosecco.

#ArcheoPolis

Maddalena Santostefano

I RACCONTI DELLO STRUMMOLO

Zungri: un angolo di Cappadocia in Calabria

Ancora un po’ assonnate, decidiamo che è  tempo di una nuova avventura, e questa volta  lasciamo la costa ionica e ci dirigiamo sul versante tirrenico.

Ogni tanto bisogna pur cambiare, e convinte di ciò, in una giornata di caldo e  voglia di scoperta, ci mettiamo in macchina pronte a conoscere un nuovo angolo di Calabria e, tra una chiacchiera e l’altra,  giungiamo a Zungri.

Zungri, piccolo comune in provincia di Vibo Valentia, riserva ai curiosi visitatori una piacevole ed incantevole sorpresa, ma prima di addentrarci nel fantastico mondo delle grotte degli sbandati, in un bar di passaggio decidiamo di concederci una Brasilena per scacciare gli ultimi sbadigli di una torbida giornata d’estate.

Superata la biglietteria, con annesso piccolo museo delle arti contadine, pian pianino iniziamo ad immergerci nell’atmosfera che ci circonda. Ci sembra quasi di esser state in apnea qualche secondo ed , ad un tratto essere state catapultate in un’altra nazione, in quella terra di Cappadocia nell’estrema Turchia.

“ Che posto strano ! ” Lo stupore è tanto e, le domande alla nostra archeologa di fiducia ancora di più.

Un insediamento rupestre del XII – XIV secolo a testimonianza dello stile di vita dei monaci basiliani.

L’insediamento rupestre degli Sbariati  è costituito da un centinaio di case – grotte scavate nella roccia. Vari ambienti mono o bi – cellulari addirittura a più piani con forme che variano dalle rotondeggianti alle rettangolari.

Un vero salto nel passato, fa caldo e cerchiamo rifugio in una grotta intessendo conversazioni sullo stile di vita dei monaci per immergerci poi silenziose nella bellezza del luogo.

Un posto dove lo spirito si riposa e trova pace, forse era proprio questo quello che cercavano i monaci basiliani.

Noi cercavamo lo stupore della scoperta e l’abbiamo trovato, la nostra terra non finisce mai di stupirci.

Contente per questa nuova scoperta, gradino dopo gradino risaliamo per riprendere la via del ritorno, dispensando sorrisi alle tante persone che curiose si addentravano alla scoperta del luogo.