Route106

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I RACCONTI DELLO STRUMMOLO

” All’ombra delle pupazze in fiore “

Questo articolo racconta la Domenica delle Palme del 2010, nell’estremo Sud della Calabria, nella nostra amata area grecanica. Si tratta di ben 7 anni fa: ma questi spazi temporali sono di poco conto, se parliamo, ancora oggi, di un rito che si rinnova da tempo immemore.

Ultima premessa: il titolo dell’articolo richiama un libro fondamentale per comprendere il rito delle Persefoni a Bova, scritto da Alfonsina Bellio. Neanche a dirlo: ve ne consigliamo fortemente la lettura.

Non serve dirci fesserie sulla viabilità calabrese, costruirci un falso sistema di credenze o farcele propinare dalla classe politica: e noi, che queste strade le percorriamo da più di 10 anni (e quante ancora ce ne mancano!), e che ne abbiamo addirittura scelta una come nome dell’Associazione, ne sappiamo qualcosa.

Quel giorno fu davvero delirante raggiungere Bova da Cosenza, con gran parte della SA-RC chiusa, costrette a percorrere la Ionica da Catanzaro fino alla capitale culturale dell’area grecanica: sveglia alle 4 del mattino, partenza alle 5 dopo un caffè allo svincolo di Cosenza Nord. “E tuttu chissu ppi ‘na processione? Un siti normali”.

Ma ci siamo abituate a queste considerazioni.

Fatto sta che questa processione delle “pupazze” di Bova, la cui nomea ci affascinava già da qualche tempo, stavolta non volevamo proprio perdercela. Toccava esserci a qualunque costo!

Dopo ore di macchina, pioggia e paesaggi incredibili, arriviamo su, su, e ancora su, fino a Bova.

Ci accolgono le insegne bilingui, un panorama sul Mar Ionio ed una piccola folla di gente: noi entriamo in un locale che porta l’insegna “Lestopitta”; sarà il primo di lunga serie di incontri e ritorni con i nostri amici, i gemelli Mesiano, l’odore dello “street food grecanico” e i loro racconti sulla Bovesia.

Quel giorno ci raccontarono, in particolare, la preparazione che sta dietro la “processione delle pupazze” di Bova: giorni prima si assemblano queste strutture antropomorfe femminili, differenziabili per proporzioni in madre e figlia (segno dell’evocazione del mito di Demetra e Persefone), unendo e intrecciando rami d’ulivo, steddhi, nastri colorati, frutta di stagione e fiori.

La processione inizia: queste “pupazze” colorano i vicoli interessati dal rito, vengono portate da adulti e bambini, e benedette durante la Messa finale. Usciti dalla Chiesa, raggiungiamo la piazza principale, dove si svolge il momento conclusivo e centrale del rituale: queste statue vegetali vengono smembrate e distribuite a tutti i presenti.

Il viaggio di ritorno è lungo, almeno quanto l’andata, e ci lascia lo spazio per uno scambio di impressioni su quanto visto e vissuto durante la mattinata: inevitabile non pensare alla centralità e al ruolo del femminile, in Calabria, durante il periodo pasquale, periodo di morte e resurrezione rituale dei campi e del raccolto. Il richiamo al mito di Demetra e Kore è dunque fortissimo, e non solo nel nome; c’è, poi, la vicinanza geografica a Locri, antica sede di culti dedicati a queste due dee.

Ci viene proprio voglia di dirlo a tutti gli amici e conoscenti che, bonariamente, ci dicono: “ma chi ve la fa fare? A fare chilometri, svegliarvi all’alba?”. Vi rispondiamo con un sorriso e una pacca sulla spalla: “Un sapiti chi vi perditi”

ARCHEOPOLIS

Il MARCH nel “bosco incantato” di Catanzaro

Il MARCH nel “bosco incantato” di Catanzaro

Il centro antico di Catanzaro è la stratificazione della sua storia; le sue origini bizantine e il suo sviluppo urbanistico nell’epoca medievale si riflettono nei suoi stretti vicoli, nelle sue stradine, nei suoi saliscendi.

Gli interventi di pianificazione urbana nel periodo postunitario prima e nel secondo dopoguerra poi, hanno solo in parte trasformato il volto della città. Con il primo piano regolatore dopo l’Unità d’Italia fu creata una piccola oasi di verde: Villa Margherita. Lo scrittore inglese Gissing, durante la sua permanenza a Catanzaro nel 1897,la descrisse così: “Anche il giardino pubblico della città è simile a un bosco incantato sull’orlo di un precipizio che guarda a oriente”.

La Villa, che fu inaugurata nel 1881 alla presenza della Regina Margherita di Savoia e del Re Umberto I, sorge in via Jannoni, a poca distanza dallo storico Palazzo De Nobili, sede del Comune e intriso di storia e di vicende umane della città. Fu costruita a ridosso dell’ex convento trecentesco delle Clarisse, ha una struttura terrazzata e da essa si gode un bellissimo panorama che spazia dai monti della Sila al mar Ionio.

Subito dopo l’ingresso è ospitato il museo MARCH (Museo Archeologico e Numismatico), la più antica istituzione museale calabrese, che fin dalla sua fondazione -nacque nel 1867, ma trovò la sua seconda e definitiva collocazione nel 1879- fu visitato e apprezzato da viaggiatori del Grand Tour come Gissing, Douglas, Lenormant, Provenzal, Destrèè. Il Museo, che fino al 2001 ospitava anche importanti opere pittoriche di varie epoche, appartenenti a chiese e monasteri della città soppressi dopo l’Unità d’Italia e a collezioni private e attualmente conservate presso il museo MARCA di Catanzaro (situato in via A. Turco), raccoglie testimonianze storiche delle civiltà e dei popoli che si sono succeduti nel corso dei secoli nel territorio calabrese e in particolare nella provincia di Catanzaro. Gli oggetti esposti provengono da donazioni di collezionisti privati e da rinvenimenti durante campagne di scavo. L’allestimento museale è stato rinnovato ed arricchito nel 2016.

Percorrendo i corridoi si incontrano attrezzi di lavoro del neolitico, graziosi gioielli e manufatti dell’età dei metalli, ceramiche dell’età greca, reperti provenienti dal territorio di Tiriolo di età bruzia, tra cui un elmo con paranuca particolarmente rifinito, i resti di un imponente gruppo scultoreo bronzeo di età imperiale rinvenuti a Strongoli, due cippi funerari sempre di età romana, vari reperti provenienti dagli scavi di Scolacium. Continuando il percorso si incrociano pregevoli manufatti di epoca medievale, tra cui la lamina aurea bizantina raffigurante l’Adorazione dei Magi, proveniente da Tiriolo e alcuni frammenti ritrovati nell’area della chiesa cassiodorea di San Martino a Stalettì.

È presente una ricchissima collezione numismatica, ordinata in ordine cronologico dall’età della Magna Grecia fino all’età normanno sveva.

Nelle immediate vicinanze, all’interno della Villa, si trova la Biblioteca Comunale “F. De Nobili” che custodisce un importante patrimonio librario legato alla città di Catanzaro.

Dopo questo viaggio all’indietro nel tempo si ritorna alla realtà, con la consapevolezza di trovarsi in un territorio pregno di storia, cultura e testimonianze artistiche che costituiscono le radici dell’oggi e del domani.

Per informazioni e dettagli sul museo: www.catanzarodascoprire.it

#archeopolis

Linda Verre

Ph: 4culture

I RACCONTI DELLO STRUMMOLO

Palmi : tavolozza di colori

 

Esistono dei luoghi che ci danno l’impressione di trovarci nel salotto dei nostri sogni: il posto preferito della casa, il terrazzo ha una vista notevole e ci mette in pace con il mondo.

L’esempio ci sembra calzante quando si parla di Palmi.

Dando le coordinate geografiche del nostro racconto, ci troviamo immersi nella Costa Viola, ultime propaggini del Tirreno calabrese, con alte e maestose scogliere a picco sul mare che, in questi tratti, raggiunge subito notevoli profondità. Un mare segnato dal passaggio delle spadare da Aprile a Settembre per la pesca del pesce spada: Vittorio De Seta girò un documentario nel 1954, “Lu tempu de lu pisci spata”, che tra canti arcaici e volti bruciati dal sole racconta in maniera accorata questo mondo di pescatori con la Sicilia come orizzonte visivo.

Partiamo di buon mattino e imbocchiamo la A3: cantieri nuovi, cantieri vecchi, stessi discorsi in merito. Le parole lasciano posto alla goduria di un bocconcino di bufala preso in un caseificio allo svincolo di Palmi: ora sì che possiamo iniziare la nostra gitarella.

Partiamo dal monumento dedicato a Francesco Cilea e cominciamo a percorrere il corso principale, svoltando ad ogni vicoletto che sembra voglia raccontarci una storia mista alla salsedine, arriviamo fino alla villa comunale “Giuseppe Mazzini”. Edward Lear la descrive così « Da questo posto c’è uno dei panorami per cui i pochi viaggiatori che passano da Reggio a Napoli per terra sono abituati a dare entusiasmatiche lodi [..] il ritrovo serale dove si ozia a Palmi, finisce da una parte con un gruppo di chiese e altre costruzioni della città, e dall’altra parte cala a picco nel mare blu, un perpendicolare precipizio coperto di cactus. ». Ci sediamo su una panchina e parliamo con un simpatico signore del posto della forte religiosità popolare del paese, legata ad eventi come la Varia, gli “spinati di San Rocco” e infine ci racconta della storia della Madonna della Lettera, un culto che collega Palmi a Messina meglio di qualunque ponte sullo Stretto!

Prendiamo la macchina e scendiamo verso il mare: questo dedalo di tornanti lo conosciamo bene, così come la spiaggia della Marinella: siamo ancora lontani dalla stagione turistica, per cui possiamo goderci la solitudine del luogo e il nostro pranzo a sacco.

Continuando il tour dei numerosi affacci panoramici, che è il motivo conduttore di tutta Palmi, andiamo a Villa Pietrosa: fu casa di Leonida Repaci, e la guardiola che affaccia a strapiombo sul mare è sicuramente, senza esagerare, uno dei posti più belli della Calabria e non solo. Viene naturale immaginare lo scrittore percorrere il viale di casa sua: volge prima lo sguardo a destra, verso il filare di ulivi ben curati; poi volge lo sguardo a sinistra, e si perde con lo sguardo nello Stretto di Messina.

Con questo bagaglio di bellezza, scendiamo alla Tonnara dove ci godiamo un tramonto mozzafiato dietro lo scoglio dell’ulivarella, mentre un pescatore sistema le reti e la moglie, dalla casa vicino, lo chiama a gran voce per la cena.

Ci diciamo che è il momento di andare via: vorremmo restare, non assecondare gli orari e i ritmi che ci incastrano in una forzata tabella di marcia. Per farcela “prendere bene”, alziamo il volume dello stereo in macchina e ascoltiamo il nostro mixtape preferito: “MAD CHILLIN”di Madkid.

La passione che ci metti lascia il segno, stimola la creatività che hai e l’ingegno”

Foto: Roberto Caruso

 

ARCHEOPOLIS

Colonia Minervia Scolacium

In un punto particolare del tratto che unisce Catanzaro a Soverato, lungo la strada 106 jonica, percorsa da migliaia di anni e da altrettante persone, è ubicato il Parco Archeologico della Roccelletta di Borgia. Tre popolazioni si sono insediate in questo territorio: gli antichi greci, che fondarono “Skylletion” nell’VIII sec. a.C., i romani, che dedussero la colonia di “Scolacium” nel 194 a.C.,e infine i normanni, che costruirono la basilica di Santa Maria della Roccella. Lasciandosi alle spalle la rumorosa 106, ci si immerge nel silenzio delle antiche vestigia, catturati dal rosso dei laterizi della Basilica Normanna, risalente all’XI sec., consacrata a Santa Maria della Roccella, con pianta a croce latina, ad un’unica navata e tre absidi, il tutto illuminato da dieci finestroni. L’accesso alla chiesa era garantito dalla porta sulla facciata principale, originariamente sormontata da una grande finestra rettangolare poi restaurata con un oculus ellittico.
Continuando il cammino storico, si giunge di fronte a quello che doveva essere il Foro, ben conservato, dove ancora oggi si riescono a scorgere su un lato lungo porticato, i vani delle tabernae, dentro le quali, sembra di poter immaginare gli scolaciensi intenti nelle faccende quotidiane, come comprare il pane o il pesce (a tal proposito sono stati ritrovati diversi ami attualmente custoditi nel museo del Parco Archeologico). In fondo al foro vi è un luogo identificato come il tribunal, dove l’oratore sfoggiava le sue doti nell’eloquio durante un’arringa, e sul lato opposto alle tabernae sembra di assistere ai riti da parte dei “Seviri Augustales” per onorare l’imperatore. Infine salta all’occhio la strada dai grandi basoli del “decumanus maximus”, sulla quale gli abitanti della cittadina camminavano, essendo la via più importante della città, al di sotto della quale si scorge, ancora, un Ninfeo, dove sgorgava l’acqua che dava un tocco di bellezza a tutto il complesso del foro.
Proprio dietro al foro è collocato il teatro, scavato a ridosso di una piccola collina, come era uso all’epoca, in modo da calcolare perfettamente l’acustica, non avendo allora certo le nostre amplificazioni. Esso presenta ancora oggi gli spalti con i posti a sedere (circa 5000) pressocchè intatti, ove i sedili migliori erano, come di consueto, riservati a togati, gente appartenente all’élite scolacense. Di fronte agli spalti è visibile parte dell’orchestra e della scena, luogo nel quale gli attori interpretavano i personaggi delle tragedie e delle commedie, sormontata da ricche decorazioni architettoniche. Oltre al teatro vi è un anfiteatro, al momento sembra essere l’ unico scavato in Calabria, elemento indicativo della grande importanza ricoperta da Skylletion-Scolacium. I risultati degli ultimi scavi hanno messo in luce scale e vomitoria, e naturalmente parte dell’arena, datandolo al I d.C.
Se poi si sale sulla collina in corrispondenza del teatro, ci si ritrova davanti alla necropoli bizantina, composta da diverse stratificazioni di tombe, datate al VI e VII sec. d.C., con corredi semplici, in terracotta, metallo e vetro. Qui il panorama fa letteralmente perdere il fiato e dove, scorgendo il mare azzurro, si può immaginare di intravedere navi antiche, che da queste zone partivano per commerciare il vino e l’olio con gli altri popoli del Mediterraneo.
Il bellissimo museo, infine, è diviso nelle varie età insediative della città (dall’età preistorica a quella medievale), oltre alle sezioni più specifiche riguardanti i monumenti: il teatro con le sue decorazioni architettoniche, il foro con i suoi grandi laterizi bollati e l’epigrafe celebrativa, una sala interamente dedicata ai magnifici togati, alcuni consumati purtroppo dai segni dell’aratro. In questa sala è presente una Tyche, ritrovata nel Foro, durante l’estate del 2008, quando io stessa scavavo. L’emozione di vedere questa statua uscir fuori dal terreno può essere paragonabile alla nascita di un bambino dal grembo della madre!

#Archeopolis

 Ilaria Fabiano

ARCHEOPOLIS

La Sacra Krimisa

Questo articolo è dedicato alla memoria e alla “dura disciplina” del pioniere delle scoperte di Magna Grecia, Paolo Orsi.

Nella prima puntata di questo archeoracconto dello “Strummolo” si è parlato di un luogo magico, santissimo per tutti i fedeli magnogreci che arrivavano sulle sponde calabre dalla Madrepatria e per le popolazioni locali dell’entroterra, che rendevano preziosi doni alla Grande Hera, Heleuteria, liberatrice e santa tra tutti i popoli.
E proprio della storia di queste genti oggi vogliamo parlare, perché la nostra amata Calabria ha radici miste, epicuree, mischiate di sangue greco ed enotrio, e successivamente brettio.
L’antica colonia achea di Kroton , fondata nell’VIII sec a. C. dagli Achei, aveva un territorio molto vasto ed era simbolicamente segnato, come spesso succedeva nelle fondazioni greche in Occidente, da due santuari extraurbani: del Lacinio si è detto, mentre a Nord, dall’altra parte del golfo, a Punta Alice, si trova un luogo sacro dedicato ad una divinità altrettanto importante, ovvero Apollo.
Le fonti narrano del fondatore di Crotone, Miscello di Ripe, cui il responso dell’oracolo Pizio circa il luogo della ktisis, disse: “ non ti allontanare dal Lacinio, né dalla sacra Krimisa, né dal fiume Esaro”. Questi i Punti di riferimento per la fondazione della città, in cui si coglie un dato piuttosto considerevole: Krimisa è sacra prima della fondazione del Lacinio.
Si deve alla tenacia dell’archeologo Paolo Orsi, dopo mesi di ricerche nelle paludi di Cirò Marina, il rinvenimento, dei resti di un tempio dedicato ad Apollo Aleo (da Alaios, in greco, protettore della navigazione e del mare) di cui intuì subito l’importanza. Poco si conservava della struttura dell’edificio sacro, ma lo scavo portò al rinvenimento al di sotto della cella di preziosissimi doni votivi: nel 1924, venne recuperato il famoso acrolito marmoreo, (statua di culto con protomi in materiale nobile e anima in legno o terracotta) di cui si recuperarono testa, mani e piedi, oggi esposti al Museo Nazionale di Reggio Calabria. La testa marmorea è lavorata accuratamente nei bei lineamenti resi a testimoniare la serenità del Dio, che doveva aveva sicuramente gli occhi in pasta vitrea e ciglia in metallo, mentre il retro del capo è scolpito sommariamente e presenta due fori alle estremità delle tempie per accogliere la parrucca, forse in bronzo dorato. Nello stesso deposito fu ritrovato un esemplare di parrucca bronzea finemente cesellata in ciocche annodate in un krobilos e cinta da una corona di alloro di cui si conserva solo il gambo, sebbene non pertinente al grande acrolito, ma forse alla statua di culto precedente, trovando confronti stilistici con opere greche afferenti allo stile severo. La statua di culto dell’Apollonion, dunque, di chiara produzione greca o Magnogreca, è databile tra il 440 ed il 420 a.C. e trova paralleli con opere della madrepatria di chiare influenze postfidiache: alta circa 2 metri, doveva rappresentare il Dio in posizione assisa, probabilmente con cetra. Altri doni votivi in materiale pregiato furono rinvenuti nel santuario: una statuina in oro raffigurante Apollo con arco e patera, laminette auree, braccialetti in argento, e infine alcuni bronzetti del Dio caratterizzati dalle masse muscolari sproporzionate, di chiara produzione italica.
Il santuario cirotano è legato alla figura di un eroe di tradizione omerica, l’arciere zoppo Filottete, che aveva ricevuto da Heracle morente, arco e frecce e che egli dedica come ex voto alla divinità di Krimisa-Cirò. Le fonti raccontano di una serie di città da lui fondate, nella zona a Nord del fiume Neto: Crimisa, Macalla, Petelia e Chone. Alcune di queste città furono individuate attraverso rinvenimenti archeologici sporadici e solo di rado per mezzo di scavi sistematici. Si è ipotizzato che Petelia, metropoli Lucana di grande importanza, corrisponde grossomodo all’odierno abitato di Strongoli, mentre nella località Murgie di questo stesso comune, fu fatta un’importante scoperta. La studiosa francese Jiuliette De La Geniere, scavò in questa località un centro indigeno fortificato, munito di ben due cinte murarie, la prima che racchiude la sommità dell’altipiano dove si trova un santuario dedicato ad una divinità femminile legata al culto delle acque, data la presenza di numerose sorgenti e ceramica miniaturistica, ed una seconda a quota più bassa che cinge l’abitato e forse un secondo santuario. Le statuine votive ritrovate nell’area evidenziano una produzione coroplastica prettamente indigena, ispirata però all’iconografia dell’Atena greca; inoltre anche la necropoli indagata a ridosso della seconda cinta ha restituito materiale frammisto, greco e locale. La presenza di contesti abitativi, necropoli, nonché aree sacre, ha indotto a ritenere che questo centro possa essere identificato con l’antica Macalla.
Dopo queste ricerche nel territorio, anche il tempio di Apollo Aleo fu nuovamente oggetto di indagini. Infatti lo studioso tedesco di urbanistica antica, Dieter Mertens, riconobbe l’importanza e l’emblematicità di questo monumento, che purtroppo è conservato solo a livello di fondazione.
Il tempio presenta due grandi fasi edilizie: la prima tardoarcaica (primi decenni del VI sec. a. C.) con cella costruita in mattoni crudi su un muro in pietra e circondata da colonnato ligneo e rivestimento con decorazioni in terracotta (di cui si sono trovati diversi frammenti in tutta l’area), e la seconda tardoellenistica (primo quarto del III sec. a. C.), di cui rimane un basamento di blocchi in pietra squadrata, con otto colonne sul lato breve e diciannove su quello lungo e alcuni frammenti del fregio lapideo con metope e triglifi.
I riscontri archeologici citati sono solo alcuni dati che attestano le antichissime relazioni, intense e continuative, tra le genti greche e le popolazioni autoctone della costa ionica calabrese.
Il santuario di Punta Alice rappresenta un luogo di culto “di confine” in un territorio abitato da popolazioni non greche, dedite alla pastorizia e alla transumanza dalle propagini silane, e che sicuramente frequentavano l’area sacra per fini sociali e verosimilmente economici. Del resto , i ricchi doni qui conservati, evidenziano quale importanza esso avesse per il mondo anellenico, tanto che si presume che proprio Petelia, centro osco di primaria grandezza, esercitando una funzione di controllo, tra fine del IV e il principio del III secolo a. C., si fece carico addirittura, della ricostruzione del santuario in chiave monumentale, seppure secondo moduli e formule strutturalmente arcaizzanti, ma indicative dell’apporto locale e soprattutto del gusto conservatore peculiarmente autoctono.

Che i santuari fossero i luoghi prescelti per finalizzare pratiche di scambio tra popolazioni diverse, non è difficile da immaginare, ed è più plausibile identificare in questi luoghi la logica trasposizione dei mitici teichea micenei, piuttosto che sostenere che la fondazione dei santuari fosse l’evidente tentativo da parte dei coloni della presa di possesso del territorio, come hanno fatto molti studiosi per lungo tempo.
I dati archeologici propendono per la prima tesi: durante il II millennio a.C. le popolazioni egee, spinte dalla situazione geografica della Grecia caratterizzata da un forte frazionamento territoriale, si spostarono in molte direzioni al fine reperire materie prime, trasferendo uomini, oggetti ed esperienze. I ritrovamenti ceramici, a partire dal XIII secolo a. C., in vari punti della costa ionica, confermano la nascita di relazioni interculturali basate sul crescente contatto “commerciale” di matrice egeo-italico di cui Broglio di Trebisacce e Torre del Mordillo forniscono evidente testimonianza. Si è proposto infatti, di riconoscere in questi dati un primo processo di acculturazione che portano alla produzione di ceramiche di ispirazione egea che continuano parallelamente ad una prettamente locale.
Nonostante ciò, alcuni studiosi, propendono ancora per tesi di supremazia della componente greca, quando invece sarebbe più corretto interpretare il processo di colonizzazione in un panorama multietnico, in cui prendere in considerazione diverse fasi di un processo lunghissimo, quali prospezione, fondazione e infine colonia come vero e propria città con un suo hinterland.
L’area della Sibaritide (tra l’altro, confinante con quella cirotana), è foriera di un esempio lampante in questa prospettiva: l’Athenaion del Timpone della Motta a Francavilla Marittima. I Greci qui arrivati impiantarono un santuario sulla sommità del colle, dove in precedenza si trovata l’abitato indigeno. In realtà non c’è processo di sopraffazione: l’insediamento abitativo sul pendio collinare rimanda ad uno stampo di matrice greca, ma le tombe coeve rivelano sopravvivenza di rituali funerari indigeni, e ciò conferma che i nuovi arrivati Greci si siano integrati con gli Enotri. Infondo, si può pensare ad alcune dinamiche logiche di coesistenza e ad un’esemplificazione piuttosto diretta di un dato di fatto assoluto: i coloni greci erano esclusivamente uomini , ma sicuramente prendevano moglie sul posto ed inoltre è ipotizzabile che venissero sepolti con i rituali indigeni con cui convivevano!
Ma questa è un’altra storia di cui forse vi parleremo nei prossimi racconti dello Strummolo….

Il sincretismo religioso tra vari gruppi etnici è uno dei fattori cardini percepibili nei siti sacri, di cui l’Apollonion di Cirò Marina è un esempio evidente, perché verosimilmente, proprio sotto l’egida protettrice della divinità si creava coesione culturale, in uno stesso territorio vasto e socialmente complesso. Inoltre il santuario cirotano ha le caratteristiche ideali per agire come intermediario tra la Piana costiera e le colline e le montagne dell’interno.
La fine della frequentazione di questo santuario coincide con una fase storica nettamente diversa rispetto a quella sin’ora descritta: il panorama sociale è fortemente cambiato, gli equilibri economici, religiosi e politici, scombussolati. Successivamente al III a. C., infatti, quando le tribù brettie si strutturano nelle loro sedi fortificate, con i loro capi, e le loro donne vengono sepolte in tombe a camera con i segni materiali del potere militare ed economico, allora si colgono i caratteri del confronto, dello scontro tra culture, ma ormai la Magna Grecia è sull’orlo del declino, perché di li a poco cadrà l’ultimo baluardo greco, la spartana Taranto.
E poi comincerà un altro pezzo di storia, tutta diversa, tutta Romana…

#archeopolis
Nausicaa Cicero